Shopping online di Natale: la corsa ai regali è dello smartphone che batte tablet e Pc

Lo shopping tradizionale è una pratica che tiene ancora. Ma destinata (quasi) ad estinguersi. Si, perché il commercio online ha letteralmente preso il sopravvento e le scelte dei prodotti, soprattutto in occasione delle grandi festività, avvengono grazie agli e-commerce. E le previsioni ci restituiscono un altro dato incredibile: gli ordini saranno fatti quasi esclusivamente con l’utilizzo di smartphone e, a seguire, da pc e poi da tablet. I dati provengono dal rapporto sulle anticipazioni relative allo shopping natalizio 2018 redatto da Salesforce. Questa previsione è stata formulata grazie all’analisi comportamentale di 500 milioni di consumatori di oltre cinquanta paesi. Miliardi di transazioni online e stili di vita presi in esame per giungere ad una considerazione finale: telefono alla mano e shopping natalizio per quest’anno a suon di e-commerce.

Fino allo scorso anno tutti gli acquisti venivano fatti in maniera decisamente diversa e più tradizionale. Tralasciando le classiche ed intramontabili passeggiate per i negozi, il pc era lo strumento più in voga per l’acquisto online. Poi si è arrivati a prediligere lo smartphone come strumento da utilizzare per gli ordini su internet. In questo caso, l’uso del cellulare si attesta al 46% preceduto con il 44% da computer e per il 9% da tablet. Gli acquisti da mobile saranno i protagonisti di tutto il traffico del periodo natalizio per il 68%, con un picco incredibile del +19% rispetto al 2017. Le previsioni attestano che il giorno più considerato per gli acquisti online sarà la vigilia di Natale. Telefoni alla mano, si registrerà il 54% degli ordini per l’intera giornata con il 72% delle visite totali ai portali di e-commerce. Uno degli elementi che fortemente incoraggia l’acquisto online è la spedizione gratuita per tutta la stagione, dato in crescita rispetto allo scorso anno.

Le motivazioni di tale situazione che si verifica in un tempo forte dell’anno come le festività natalizie, vanno ricercate in quel processo di contagio che è partito dagli Stati Uniti ed è arrivato dritto in un’Europa sempre più americanizzata.  Al Cyber Monday ed al Black Friday non si storce più il naso, anzi. Il venerdì ed il lunedì che cadono sempre a fine novembre rappresentano proprio l’inizio dello shopping natalizio. Non si tratta, però, di due giorni isolati. Si è ben presto passati alla settimana del Black Friday, cosiddetta Black week. Giorni in cui è possibile già acquistare online grazie agli sconti che costituiscono il 10% di tutte le entrate della stagione natalizia con il Cyber Monday che, invece, rappresenta, l’8% delle vendite.

Un’importanza strategica per l’acquisto online che emerge dal report è data da Instagram. Uno dei social network più in voga nel mondo, rappresenta la vera ascesa per il traffico digitale degli e-commerce. La sostanza di questo canale social, lo sappiamo, è costituita dalle immagini. E per Natale 2018 le stime prevedono un traffico del 51% in più rispetto allo scorso anno. Brutta grana per Fb che calerà del 7% rispetto al 2017. Oramai e-commerce significa anche dire social network e, nelle festività natalizie, il traffico che producono i social supererà soglia 5% con un incremento del 17%.

Con un mercato in continua trasformazione avere un e-commerce che sia intuitivo, veloce ed attraente è quasi d’obbligo. Chi gestisce un e-commerce sa bene che la concorrenza è molto feroce e che gli utenti sono pronti a preferire subito un’alternativa disponibile. Un e-commerce perfetto è tutto quello che ci vuole, anzitutto ben strutturato con una grafica accattivante ed attraente con dei tempi d’attesa per l’utente nella fase di acquisto molto stretti. I caricamenti devono essere quanto più veloci possibile: un e-commerce lento perde potenziali clienti. L’intuitività è, poi, un altro fattore indispensabile. Il consumatore vuole comprendere subito come muoversi attraverso un menù ben strutturato e, soprattutto, semplice. Queste operazioni non possono, molto spesso, essere svolte in totale autonomia. C’è bisogno di aziende qualificate che sappiano indirizzarti nella realizzazione ed ottimizzazione del tuo e-commerce. Rivolgersi ad esperti del settore è il primo passo per aumentare le proprie vendite attraverso una strategia di marketing vincente.

Brand Awareness: Cos’è e come aumentarla

Che cosa si intende quando leggiamo l’espressione Brand Awareness? Com’è semplice intuire, si tratta di un qualcosa che riguarda un marchio, un brand, quindi qualcosa che serve per far crescere il nostro volume d’affari. Andiamo nel dettaglio e vediamo come sfruttarla a nostro vantaggio.

“Sostanzialmente, quando parliamo di Brand Awareness facciamo riferimento alla notorietà di una marca, ovvero al suo essere famosa e riconoscibile nella mente degli utenti.

Si tratta di un concetto molto importante, che il più delle volte viene sottovalutato, cosa che rappresenta un grave errore di valutazione da parte dei professionisti.

L’obiettivo “massimo” della Brand Awareness è che i consumatori possano pensare alla tua marca e ai tuoi prodotti quando sono in cerca di un determinato bene e/o servizio. Essere la prima alternativa che viene in mente ai consumatori nel momento della necessità, ecco il successo che si staglia per i tuoi affari online.

Come misurare la tua notorietà: la piramide di Aaker

David Aaker ha ideato una classificazione con il quale poter individuare il punto preciso in cui si trova attualmente il tuo business, in modo così da definire lo stato attuale del tuo lavoro e quanto manca per poter giungere finalmente alla cima della piramide e della considerazione degli utenti.

Aaker ha sviluppato uno schema che ci aiuta a definire un particolare ambito secondo una scala di valori. Si parla quindi della famosa piramide di Aaker.

La piramide definisce quattro stadi ben definiti che riportiamo di seguito, così da permetterti di comprendere al meglio quelli che sono i vari punti da tenere in considerazione per valutare la tua crescita professionale.

Step 1: alla base della piramide troviamo quella che è una totale assenza di conoscenza del brand, ovvero i tuoi potenziali clienti non hanno la benché minima idea della tua esistenza. Al di là di quello che può essere l’ambito di riferimento, in questo stadio il tuo lavoro è come se fosse inesistente.

Step 2: il secondo punto ci porta a uscire dal totale anonimato per iniziare a fare in modo che il brand cominci a essere conosciuto. Resta sempre però un momento iniziale, con un livello di conoscenza superficiale, ancora troppo limitata per poter realmente parlare di crescita notorietà di marca.

Step 3: siamo vicini alla cima della piramide, quindi il livello di conoscenza qui è abbastanza forte. Non siamo ancora al livello finale, ma già in questo stadio il tuo marchio sarà uno di quelli che verranno in mente a una determinata tipologia di utente che cerca dei servizi che rientrano nel tuo ambito.

Step 4: siamo arrivati allo step finale, quello definito nella piramide Top of Mind. Quando si raggiunge questo punto significa che il lavoro svolto sul brand ha funzionato: la marca in questione è la prima che viene in mente alle persone per un determinato bene.

Come misurare la brand awareness di un brand

Come definire in maniera corretta il livello di notorietà raggiunto dalla tua azienda? Se l’obiettivo è quello di individuare, per il tuo marchio, il punto preciso all’interno della piramide di Aaker, ci sono degli strumenti che puoi utilizzare per valutare quanto è conosciuto il tuo brand e se i potenziali clienti lo considerano la prima alternativa per soddisfare un certo bisogno.

Non puoi fare una valutazione del genere in maniera poco professionale perché quello di cui hai bisogno è avere delle indicazioni precise per il tuo lavoro online. Per individuare il livello raggiunto nella piramide di Aaker, devi utilizzare alcuni strumenti che ti permetteranno di fare una valutazione oggettiva.

Gli strumenti migliori e più utilizzati in tal senso sono in prima istanza Analytics, il servizio che Google mette a disposizione degli utenti per avere tutte le informazioni necessarie sul traffico ricevuto sul proprio sito web. Con Analytics puoi avere dettagli precisi sulla tua frequenza di rimbalzo, sul numero di visite, di conversioni, le sorgenti di traffico e molto altro ancora.

Dopo lo strumento di Big G, l’altro servizio con il quale poter aver indicazioni precise sul traffico web è Insights di Facebook. Se gestisci un’attività online in modo serio avrai senza dubbio anche una pagina Facebook di riferimento. Con i dati visionati nella sezione Insights potrai avere tutte le indicazioni del caso sulla notorietà del tuo brand, così da poter intrecciare i risultati di Analytics e dello stesso Insights per definire una strategia SEO che possa far crescere ancora di più la tua Brand Awareness.

Differenza tra Brand Awareness e Brand Reputation

Siamo abituati a sentir parlare spesso di Brand Reputation ma, occorre sottolineare la cosa, si tratta di qualcosa di molto diverso rispetto alla Brand Awareness che stiamo analizzando in questo articolo. Cerchiamo quindi di mettere in evidenza quelle che sono le principali differenze tra questi due concetti.

Brand Awareness

Come detto fino a questo punto, la Brand Awareness rappresenta la notorietà di una marca, il grado di conoscenza che il pubblico ha di un determinato brand. Per definire a che grado di conoscenza sia arrivato il pubblico, occorre utilizzare la piramide di Aake che abbiamo analizzato nel paragrafo precedente, così da individuare a che punto è arrivato il tuo lavoro e quanto esso sia conosciuto. Parliamo quindi di grado e livello di conoscenza, senza mettere in campo dei parametri più particolari come l’opinione soggettiva che il singolo utente ha dell’azienda.

Brand Reputation

Se con la Brand Awareness parliamo esclusivamente di un livello di conoscenza, con la Brand Reputation entriamo nell’ambito della considerazione che il pubblico ha nei confronti di un particolare marchio.

Si tratta di un parametro che può essere migliorato non solo con i servizi proposti ma anche grazie ai propri contenuti, alle interazioni con gli utenti e al tuo modo di intrattenere i rapporti con il tuo pubblico. Se riuscirai a fare le cose in maniera corretta, la tua reputazione online ne gioverà fino a far diventare il tuo brand un sinonimo di qualità e affidabilità.

Come migliorare la Brand Awareness

Per migliorare la notorietà della tua marca non hai altro modo che puntare alla realizzazione di campagne di marketing realizzate ad hoc, un’attività che deve essere necessariamente legata a un lavoro SEO fatto in maniera perfetta.

Individua le keywords principali e più ricercate per quello che riguarda il tuo ambito, realizza quindi contenuti di qualità partendo proprio da queste parole chiave e vedrai che nel giro di pochi mesi il livello di visibilità del tuo brand crescerà notevolmente.

Può esserti di grande aiuto realizzare un calendario editoriale attraverso il quale stabilire quando e come dare agli utenti i contenuti che si aspettano. Guide, soluzioni, consigli, interviste, articoli scritti da esperti del settore, vi sono tante tipologie di contenuti che puoi proporre per attirare il tuo pubblico e far crescere la tua attività.

Aumentare la notorietà della tua marca ti porterà a una crescita esponenziale del lavoro da svolgere, con relativa crescita dei tuoi guadagni. Ecco perché la Brand Awareness è un parametro che non puoi sottovalutare per nessun motivo, tenendo la piramide di Aake come punto di riferimento per individuare il punto in cui sei arrivato.

Dopo aver lavorato sul livello di conoscenza, allora poi potrai affinare la tua comunicazione per fare in modo che la tua reputazione ne risenta in positivo di tutto questo “carico” di conoscenza.

Fonte: https://it.semrush.com/blog/brand-awareness-cosa-e-come-aumentarla/

Case Farmaceutiche e Social: Le regole dell’informazione scientifica 2.0

Con lo sviluppo di Internet e dei social network, i canali di comunicazione a disposizione dell’industria farmaceutica si sono allargati. Tuttavia, fino ad ora, le aziende farmaceutiche si sono mostrate particolarmente caute nell’utilizzare i social network. Secondo uno studio del IMS Institute for Healthcare Informatics, nel 2014, solo la metà delle 50 maggiori case farmaceutiche era attiva sui social media. La diffidenza delle aziende si sposa con quella della classe medica. Infatti, una recente indagine condotta dal Centro Studi della Federazione Italiana Medici di Famiglia (FIMMG) ha rivelato come la maggioranza dei medici intervistati avesse un’opinione negativa dell’informazione scientifica via social.

La riluttanza delle case farmaceutiche ad utilizzare questi nuovi canali comunicativi si spiega in parte con l’assenza di una regolamentazione chiara in materia, con i relativi rischi che ciò comporta. Il Ministero della Salute ha recentemente aggiornato le proprie linee guida all’utilizzo dei nuovi mezzi di diffusione nella pubblicità sanitaria proprio per affrontare il tema dei social network, ma alcune questioni restano ancora da chiarire.

Nonostante l’incertezza del quadro normativo, alcune aziende stanno cominciando ad orientare le proprie strategie di comunicazione verso un maggiore uso dei social media. Nell’attesa di un intervento chiarificatore del legislatore, appare quindi opportuno passare in rassegna quali siano oggi le principali regole da tenere in considerazione nello sviluppo di strategie digitali in ambito farmaceutico.

Pubblicità dei farmaci sui social media: la pubblicità dei medicinali è regolamentata dal Decreto Legislativo 219/2006. Il Decreto Legislativo definisce pubblicità dei medicinali “qualsiasi azione d’informazione, di ricerca della clientela o di esortazione, intesa a promuovere la prescrizione, la fornitura, la vendita o il consumo di medicinali” sia presso il pubblico che presso la classe medica. Tale definizione non è limitata solo ad alcuni mezzi di diffusione e pertanto si può applicare anche ai messaggi promozionali sui social media. Ne deriva che le regole in materia pubblicitaria previste dal Titolo VIII del Decreto Legislativo 219/2006 si applicano anche alle attività promozionali sui social network. Ad esempio, data l’apertura dei social al grande pubblico, potranno essere promossi sui social network solo quei farmaci non soggetti a prescrizione medica, a condizione che l’azienda produttrice o responsabile dell’immissione in commercio abbia ottenuto un’apposita autorizzazione da parte del Ministero della Salute.

Le linee guida del Ministero di cui si è detto sopra limitano ulteriormente l’utilizzo dei social network per promuovere prodotti farmaceutici. Difatti, lo ammettono solo nelle due seguenti fattispecie.

La prima riguarda Facebook. Su tale social network possono essere diffusi messaggi promozionali autorizzati esclusivamente nella colonna destra del “muro” della versione desktop di Facebook. Al contrario, le aziende non possono pubblicare post relativi ai propri prodotti sulle loro pagine aziendali presenti su Facebook.

La seconda riguarda Youtube, dove possono essere diffusi messaggi pubblicitari a condizione che questi abbiano ottenuto preventiva autorizzazione da parte del Ministero della Salute e siano disattivate le funzionalità di interattività (mi piace, condividi, commenta).

Questi limiti sono da considerarsi applicabili solo alla pubblicità di singoli prodotti e non alla pubblicità istituzionale o a messaggi di disease awareness.

Interazione con il pubblico attraverso i social media: le regole in materia pubblicitaria di cui al Decreto Legislativo 219/2006 non si applicano alla “corrispondenza necessaria per rispondere a una richiesta precisa e non sollecitata di informazioni su un determinato medicinale.” Pertanto, le aziende possono legittimamente rispondere alle richieste di informazioni sui propri prodotti che ricevono da medici e pazienti, purché tali risposte siano contenute e non abbiano caratteristiche di natura promozionale.Tuttavia, il termine “corrispondenza,” se calato nella realtà dei social network, suggerisce che le risposte ai quesiti su prodotti farmaceutici sono consentite solo tramite le chat private e non invece sulle pagine aperte dei social (ad esempio nei commenti sulla pagina Facebook di una casa farmaceutica). In ogni caso, è necessario prestare attenzione a che le richieste di informazioni non siano sollecitate.

Informazione scientifica 2.0: le linee guida all’utilizzo dei nuovi mezzi di diffusione nella pubblicità sanitaria stabiliscono chiaramente che l’informazione sul farmaco rivolata agli operatori sanitari deve essere accessibile esclusivamente ai predetti operatori, anche quando è diffusa via Internet. Ciò mal si sposa con il libero accesso al grande pubblico che è proprio della gran parte dei social network. Resta tuttavia possibile un uso marginale dei social media per finalità di informazione scientifica. Ad esempio, creando gruppi chiusi su Facebook o LinkedIn cui potranno accedere solo quegli operatori che abbiano inviato i dati necessari alla loro individuazione. Ovviamente, il materiale promozionale distribuito all’interno di questi gruppi dovrà prima essere depositato presso l’AIFA.

Farmacovigilanza: secondo recenti studi, quasi un paziente su tre discute su Internet i propri problemi di salute e Facebook sta diventando una delle principali fonti di informazione sulla salute. In considerazione di tale fenomeno, la Guideline on Good Pharmacovigilance Practices (GVP) Module VI dell’Agenzia Europea per i Medicinali ha introdotto l’obbligo per le aziende farmaceutiche di eseguire con cadenza regolare lo screening dei social media sotto il proprio controllo o responsabilità alla ricerca di potenziali segnalazioni di reazioni avverse da notificare alle Autorità Regolatorie.

Privacy e profilazione: un altro aspetto a cui è importante prestare particolare attenzione è quello della privacy. Il tema del trattamento dei dati personali è ben noto agli operatori del settore. In questa sede è sufficiente ricordare come secondo il Codice della Privacy vigente il trattamento da parte dei privati di dati relativi alla salute, anche se resi pubblici, richiede di norma il consenso informato degli interessati. Pertanto, un’azienda farmaceutica potrà utilizzare i dati sulla salute che gli utenti rendono spontaneamente pubblici sulla pagina Facebook dell’azienda, per finalità diverse da quelle imposte da obblighi di legge, solo con il consenso informato degli utenti in questione. L’articolo 9 del Regolamento Generale Sulla Protezione dei Dati (GDPR) attenua questo requisito, consentendo il trattamento dei dati sensibili senza consenso qualora il trattamento riguardi “dati personali resi manifestamente pubblici dall’interessato.” Tuttavia, tale trattamento dovrà rimanere conforme ai principi di liceità, finalità, pertinenza e non eccedenza.

Un ulteriore tema legato alla privacy è quello della profilazione. Il Codice della Privacy non la definisce, ma impone un obbligo di notifica al Garante a tutti i titolari che trattano dati con l’ausilio di strumenti elettronici per finalità di profilazione. Inoltre, il Garante ha avuto modo di chiarire che per trattare i dati personali relativi alle attitudini prescrittive dei medici, per finalità di profilazione e promozionali, è necessario fornire un’idonea informativa agli interessati, ed ottenere un valido consenso da parte degli stessi. I medesimi principi dovrebbero applicarsi alle informazioni sulle proprie attitudini prescrittive che i medici condividono sui social network. Anche il GDPR contiene regole specifiche in materia di profilazione. Tuttavia, la maggior parte di tali regole si applicano solo alle profilazioni che producono effetti giuridici o che incidono significativamente sulla persona dell’interessato.

Arruolamento dei pazienti nelle sperimentazioni cliniche: i social media potrebbero anche diventare un importante strumento per arruolare pazienti nelle sperimentazioni cliniche sui medicinali. Questo è quanto sostengono alcuni studiosi in un articolo recentemente pubblicato su JAMA Oncology. Tuttavia, nel presente quadro normativo, “le modalità di arruolamento dei soggetti e le procedure informative per diffondere la conoscenza della sperimentazione” devono essere approvate del comitato etico competente.  Pertanto resta da vedere quale sarà la posizione che assumeranno i comitati etici italiani qualora venga loro prospettato un arruolamento su Twitter o su Facebook.

Considerazioni finali: la normativa tradizionale in materia di pubblicità dei medicinali non è stata scritta avendo in mente i social media e non bisogna trascurare come tracciare una linea di demarcazione tra informazione e pubblicità risulti ancora più difficile in questo contesto. Inoltre, in alcune circostanze, il principio di libertà di espressione, di cui all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, potrebbe imporre un’interpretazione meno rigida della normativa citata dato che lo stesso si applica anche alla diffusione da parte di un imprenditore di informazioni di carattere commerciale, segnatamente sotto forma di messaggi pubblicitari.

Infine è bene sottolineare come le discussioni sui social network possano avere anche un impatto nel determinare quali siano gli usi di un farmaco rientranti fra quelli da considerarsi ragionevolmente prevedibili ai fini della normativa in materia di responsabilità da prodotto difettoso.

Fonte: https://www.agendadigitale.eu/sanita/case-farmaceutiche-e-social-le-regole-dellinformazione-scientifica-2-0/

Amazon Prime Video acquista i diritti per lo streaming delle Next Gen ATP Finals

Amazon Prime Video, il servizio di video in streaming e on demand riservato agli abbonati di Amazon Prime, ha comprato i diritti di trasmissione delle Next Gen ATP Finals, il torneo a cui partecipano i migliori tennisti under-21 del mondo, che si svolgerà a Milano dal 7 all’11 novembre.

Lo ha annunciato una nota della stessa Association of Tennis Professionals, secondo cui il colosso dell’ecommerce potrà trasmettere gli incontri via internet in tutto il mondo, fatta eccezione per la Cina, ed avere l’esclusiva assoluta negli Stati Uniti. L’accordo, valido fio al 2018, ha coinvolto anche la Federazione Italiana Tennis e il Comitato Olimpico Italiano.

“L’innovazione è al centro di tutto ciò che stiamo facendo con le Next Gen Finals, il nostro accordo con Amazon permetterà massima diffusione nel web, strumento sempre più importante nello sport”, ha dichiarato Chris Kermode, Presidente dell’Atp.

Il mese scorso, Amazon si è assicurata i diritti di trasmissione nel Regno Unito dell’Atp World Tour con un’offerta da circa 10 milioni di sterline annui, cifra che Sky, che negli ultimi 5 anni aveva speso 8 milioni l’anno, non è riuscita a sostenere.

Fonte: https://www.engage.it/media/amazon-prime-video-streaming-next-gen/120710#DzZ4KIQppFUqwfKx.97

Bonus pubblicità, il digitale verso l’esclusione definitiva dalla misura?

Potrebbe essere pubblicato nelle prossime ore il decreto del presidente del Consiglio dei ministri con cui sarà data piena attuazione all’avvio del credito d’imposta al 75% per quelle aziende che investono in campagne pubblicitarie su quotidiani, periodici, sulle emittenti televisive e radio locali. La norma riguarda anche i lavoratori autonomi e prevede inoltre una percentuale più alta, il 90%, se a investire sono le piccole e medie imprese, le microimprese o le startup innovative.

L’agevolazione, introdotta con la “Manovrina” dello scorso giugno (qui l’articolo dedicato), è prevista per quei soggetti i cui investimenti pubblicitari supereranno nel periodo interessato dell’1% il valore della spesa, di analoga natura, effettuati nell’anno precedente. Il testo approvato dal Parlamento prevede l’agevolazione solo per gli investimenti effettuati sulla stampa e sull’emittenza radio-televisiva locale. Ma non per quelli riservati agli editori digitali. Una scelta che aveva messo in allarme il mondo dei publisher online, così come tutti gli operatori della filiera della pubblicità digitale.

Ebbene, secondo fonti interpellate da Il Sole 24 Ore, l’esclusione degli investimenti sul web sarà definitivamente confermata dal testo del DPCM. Una scelta poco comprensibile considerando che il provvedimento è stato chiaramente varato con l’obiettivo dare una scossa a quei segmenti del settore editoriale, come la stampa e l’emittenza locale, che stanno attraversando una lunga e profonda crisi, legata in primo luogo al crollo degli investimenti pubblicitari.

Anche il digitale però viaggia a due velocità. Se Google e Facebook aumentano di anno in anno la loro quota della pubblicità digitale, giunta ormai ai tre quarti del totale, gli editori online, per molti dei quali oltretutto l’advertising rappresenta l’unica fonte di ricavi, continuano a registrare andamenti altalenanti: nella prima parte dell’anno, ad esempio, secondo l’Osservatorio FCP-AssoInternet, i ricavi pubblicitari delle concessionarie italiane sono diminuiti dell’1,7%. Un intervento di sostegno sarebbe stato dunque più che opportuno.

Fonte: https://www.engage.it/media/bonus-pubblicita-digitale-escluso/120729#fZ2iGBuiiYPIqxmG.97